29 gennaio 2026

 

Giorgia Meloni si rimangia l’accordo raggiunto con Elly Schlein nel novembre scorso e la sua
maggioranza stravolge in commissione giustizia il testo originario.

 

È un gravissimo arretramento quello proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno in materia di stupro.
Mettere in discussione il consenso nella definizione del reato di stupro non è una sfumatura tecnica: è una scelta politica regressiva. Significa indebolire consapevolmente la tutela delle vittime e riaprire ambiguità che il diritto e la cultura democratica avevano faticosamente provato a chiudere.

Il consenso non è un orpello ideologico, ma il principio che separa una relazione da una violenza. Sostituirlo con la formula dell’“azione contraria alla volontà della vittima” vuol dire spostare ancora una volta l’attenzione dalla responsabilità di chi agisce alla condotta di chi subisce, rimettendo in discussione il diritto all’autodeterminazione dei corpi.

Questa scelta ignora gli standard internazionali e anni di giurisprudenza, ma soprattutto rifiuta il nodo culturale del problema. Parlare di consenso significa parlare di potere, educazione e libertà. Evitarlo significa rifugiarsi in una politica penale muscolare e tardiva, che arriva quando la violenza ha già devastato le vite.

Non è un dibattito semantico. È un messaggio politico chiaro: il consenso non è centrale. Ed è proprio questo il punto più grave.