30 Luglio 2026

 

 

Una sentenza del Tribunale di Chieti conferma un principio importante per chi percepisce l’assegno ordinario di invalidità: se l’errore nel calcolo è dell’Inps, l’Istituto non può pretendere la restituzione delle somme versate. Una notizia che riguarda da vicino tanti nostri iscritti e iscritte, spesso alle prese con richieste di recupero che arrivano anni dopo, per importi anche molto pesanti.

 

 

La vicenda
Una pensionata assistita dall’Inca Cgil si è vista recapitare dall’Inps una richiesta di restituzione di oltre 15.000 euro, relativa a quote di assegno di invalidità percepite tra gennaio 2022 e novembre 2024. Secondo l’Istituto, il reddito da lavoro dipendente della donna avrebbe superato i limiti previsti dalla legge 335/1995 sull’incumulabilità tra assegno di invalidità e redditi da lavoro, rendendo quindi “indebite” le somme già erogate.
Con l’assistenza dell’avvocato Rocco Carabba, la pensionata ha fatto ricorso, sostenendo di non aver mai nascosto la propria situazione reddituale. Il Tribunale le ha dato pienamente ragione: non solo ha annullato la pretesa di restituzione, ma ha anche condannato l’Inps a restituire quanto eventualmente già trattenuto o versato dalla ricorrente, oltre al pagamento delle spese di giudizio.

 

 

Perché la sentenza è importante
I giudici hanno ribadito che il recupero delle somme percepite dai pensionati non segue le stesse regole di un normale debito civile. Le prestazioni previdenziali servono a garantire i bisogni essenziali della persona e della sua famiglia, e per questo la legge tutela l’affidamento di chi le riceve in buona fede.

In base alla normativa (legge 88/1989, art. 52, e legge 412/1991, art. 13), l’Inps può chiedere indietro le somme solo se sussistono tutte queste condizioni insieme:

  • un provvedimento formale e definitivo;
  • la comunicazione dello stesso all’interessato;
  • un errore imputabile all’ente;
  • la presenza di dolo o di omissioni da parte di chi percepisce la prestazione.

Nel caso specifico, la pensionata aveva regolarmente dichiarato il proprio reddito da lavoro dipendente, informazione peraltro già desumibile dall’estratto contributivo e dalle denunce periodiche trasmesse dal datore di lavoro. Per il Tribunale, quindi, l’Inps avrebbe potuto e dovuto verificare tempestivamente la situazione reddituale, prima di erogare l’assegno per quasi tre anni. L’errore, insomma, è dell’Istituto — e chi ha ricevuto la prestazione in buona fede non può essere chiamato a pagarne le conseguenze.

 

 

Cosa fare se si riceve una richiesta di restituzione
Chi si trova in una situazione simile — una richiesta di recupero di somme legate a pensione o assegno di invalidità, magari a distanza di anni — non deve pagare o rassegnarsi automaticamente. È importante verificare se l’errore sia effettivamente riconducibile all’Inps e se siano state rispettate le condizioni di legge per il recupero.
Gli iscritti e le iscritte allo Spi Cgil Brianza possono rivolgersi ai patronati Inca Cgil del territorio per una verifica gratuita della propria posizione e, se necessario, per essere assistiti in un eventuale ricorso.

Fonte: Collettiva.it (Ansa)