2 Settembre 2026

 

Carburanti, bollette e costo della vita continuano a pesare sui pensionati e sulle famiglie. Intanto le grandi compagnie energetiche realizzano guadagni straordinari grazie alle crisi internazionali. La questione degli extraprofitti è prima di tutto una scelta di giustizia sociale.

 

Ogni volta che aumenta il prezzo del petrolio il conto arriva puntualmente nelle tasche dei cittadini. Cresce il costo della benzina e del gasolio, aumentano i trasporti, salgono i prezzi dei prodotti e si riduce ulteriormente il potere d’acquisto di salari e pensioni. Per milioni di famiglie una crisi energetica significa semplicemente vivere con maggiori difficoltà.
Ma la stessa crisi può produrre effetti opposti per altri soggetti economici. Secondo le stime riportate da Collettiva, nel primo semestre del 2026 otto grandi compagnie petrolifere operanti sul mercato europeo avrebbero realizzato 7,5 miliardi di euro di extraprofitti, cioè guadagni straordinari riconducibili all’impennata dei prezzi dell’energia. Un dato che riporta al centro una domanda fondamentale: chi deve pagare il costo delle crisi?

 

Non sono tutti profitti uguali
Gli extraprofitti non sono semplicemente utili elevati. Si tratta della quota di guadagni che deriva da circostanze eccezionali, come guerre, tensioni internazionali o improvvise restrizioni dell’offerta energetica, e non dall’aumento degli investimenti o della produttività dell’impresa. È proprio questa differenza che rende possibile immaginare un contributo straordinario senza mettere in discussione il normale svolgimento dell’attività economica.
Già nel 2022 l’Unione Europea, di fronte alla crisi provocata dall’invasione russa dell’Ucraina, aveva introdotto un contributo di solidarietà temporaneo sulle imprese energetiche, stabilendo che il prelievo riguardasse gli utili eccezionalmente superiori rispetto alla redditività ordinaria degli anni precedenti.

 

La vera questione è la giustizia fiscale
Il punto non è contrapporre il profitto all’impresa, ma affermare un principio di equità: quando una crisi impoverisce milioni di persone e genera contemporaneamente enormi guadagni per pochi, è giusto chiedere a chi ha beneficiato di quella situazione di contribuire maggiormente alla collettività.
Le risorse recuperate attraverso una fiscalità più giusta potrebbero essere destinate al sostegno del potere d’acquisto, alla tutela delle pensioni più basse, al rafforzamento della sanità pubblica e dei servizi sociali, invece di gravare ancora una volta sull’insieme dei contribuenti attraverso la fiscalità generale. È questa la differenza tra una politica che distribuisce equamente i costi delle crisi e una che lascia sulle spalle dei redditi fissi il peso maggiore dell’emergenza.

 

Pensionati e famiglie non possono essere sempre gli ammortizzatori sociali
Negli ultimi anni pensionati, lavoratori e famiglie hanno già pagato un prezzo elevatissimo all’inflazione e al caro energia. Ogni rincaro si traduce in meno risorse per la spesa quotidiana, per le cure, per la mobilità e per una vita dignitosa.
Per questo la discussione sugli extraprofitti non è un tema tecnico riservato agli economisti. Riguarda direttamente la qualità della vita delle persone e il modello di società che vogliamo costruire.
La domanda, in fondo, è semplice e profondamente politica: nelle crisi devono essere sempre pensionati e lavoratori a fare sacrifici, oppure chi realizza guadagni eccezionali grazie a quelle stesse crisi deve fare la propria parte per sostenere il Paese?